Approfondimenti storici

Storia

Sino al 1970, non si conoscevano in tutto il Lazio rinvenimenti preistorici risalenti al PreAcheuleano. Fu merito di Italo Biddittu, dell’Istituto di Paleontologia Umana di Roma, l’aver individuato, in bacini aperti sulla Valle del Liri, ad Arce e a Fontana Liri, giacimenti con industrie litiche di quel lontano periodo del Paleolitico inferiore.
Si tratta di un’industria su ciottoli calcarei ben ovalizzati; essa appare priva di bifacciali e vi si distinguono choppers e strumenti su scheggia. Il tipo di lavorazione è riferibile alla Pebble Culture africana (Olduvai, ecc.), con manifestazioni che giungono sino a due milioni e mezzo di anni fa e sono presenti anche in Europa. L’insieme dei ritrovamenti, collocabili cronologicamente, con sofisticati metodi moderni (potassio radioattivo) al Mindel, secondo periodo glaciale (oltre 700.000 anni fa), conferma la precoce diffusione degli Ominidi nel Quaternario italiano.
A Fontana Liri superiore, sono stati raccolti diversi strumenti nelle contrade Pozzo e Cavilli, ad una quota di ca. m. 370: vi sono frequenti gli “spicchi” e quindi i coltelli e le schegge a dorso naturale, così come si riscontra una buona presenza di raschiatoi laterali e trasversali (con ritocchi spesso denticolati) e di troncature, ma anche di percussori e di rari discoidi. Per diversi motivi tecnici, i reperti appaiono meno arcaici rispetto a quelli di Arce (contrada Torti, a 2 Km. dal paese, sulla sinistra della strada che sale a Rocca d’Arce), dove predominano le calotte.
Un carattere interessante di questa industria, piuttosto primitiva, è l’uso della tecnica bipolare; la percentuale più alta di strumenti è però costituita da ciottoli che presentano, ad un ‘estremità, il distacco di un’unica scheggia.
Mentre anche i rinvenimenti di Castro dei Volsci si inquadrano nel Mindel, secondo glaciale, quelli di Ceprano (Fosso Meringo), associati a consistente fauna (Rinoceronte etrusco, Ippopotamo sp., ecc.), sono più antichi, appartenendo al Cromeriano (Gunz-Mindel, primo interglaciale), con una datazione di 750.000 anni.
Sempre a Italo Biddittu si deve un importante rinvenimento di ceramica dell’età del bronzo, avvenuto lungo la scarpata della strada statale Valle del Liri, al bivio per la contrada Colli, nel comune di Fontana Liri, in una sezione del travertino effettuata in seguito a lavori stradali.
I reperti si possono riferire ad un insediamento di breve durata, situato sulla via di transito lungo il Liri, che collegava il bacino Lirino a quello di Sora.
I frammenti ceramici di impasto sono cronologicamente inquadrabili nella fase di passaggio tra antica e media età del bronzo (1600-1500 a.C.) e mostrano affinità con la fase definita “Proto appenninico B”. Si rileva la presenza di: ciotole carenate con diametro massimo alla carena, che possono essere decorate con linee incise a zig zag o avere anse a nastro sormontate da sopraelevazioni aliformi; grossi contenitori, a volte decorati con cordoni “a ditate”; mollette; ciotole; prese di vario tipo: a linguetta, una a rocchetto, una trapezoidale; frammenti di fondi, di pareti, di orli (su alcuni dei quali si osservano piccole tacche o impressioni digitiformi).
Si precisa che il motivo ornamentale di linee incise a zig zag sembra richiamare un parallelismo con la cultura di Capo Graziano, diffusa nell’Italia centro-meridionale.

In una lettera al fratello Quinto, Marco Tullio Cicerone riferisce su un viaggio da lui compiuto nel settembre del 54 a.C., dalla sua residenza arpinate, alle foci del Fibreno, per visitare alcune ville di proprietà dello stesso fratello (Laterium, Arcanum, Manlianum, Fufidianum.). Nella lettera egli riporta diverse indicazioni riguardanti il Laterium: l’accesso a questa località gli appare particolarmente comodo, così da poter sembrare una “strada pubblica”, ad eccezione di un tratto di via di 150 passi molto ripida, che partiva dal ponticello posto vicino al tempio della dea Furina e rivolto verso Satricum. Questo insediamento (da non confondere con l’altro centro volsco identificato nel Lazio centrale, vicino ad Anzio, in località Borgo Le Ferriere), secondo F. Coarelli, dovrebbe individuarsi presso Boville Ernica.
Lo stesso Cicerone, in un’altra lettera indirizzata ad Attico (nel 56 a.C.), scrive che proprio in relazione al Laterium era sorta una grande agitazione fra gli Arpinati e questa annotazione fa pensare che il Laterium potesse essere allora un pagus di Arpino (municipium). Oltre alla citazione di una locale villa di Quinto Cicerone, occorre considerare anche l’indicazione fornitaci da un’iscrizione romana (C.LL. X, 5670), rinvenuta “in villa Laterina”, presso la chiesa dì “Santa Maria Zapponi”, che verosimilmente era situata nell’area del Polverificio militare di Fontana Liri. Non è chiaro se quella dell’iscrizione C.I.L. fosse la stessa villa di Quinto Cicerone (anche se con diverso proprietario) o un secondo complesso residenziale.
Comunque sia, si conferma l’ipotesi, avanzata da diversi studiosi, che il Laterium coincidesse con l’attuale territorio di Fontana Liri e si sottolinea come esso, per la sua felice posizione, fosse stato scelto per la costruzione di una o più ville. Suggestiva, in questo senso, è la presenza, nelle vicinanze, del toponimo “Costa Laterno”, così come, a Cassino, dell’iscrizione C.I.L., X, 5160, in cui si menziona un Q. Laterinus.
Alquanto azzardate si rivelano, tuttavia, ulteriori precisazioni, riguardanti la localizzazione del ponticello e del tempio (o luogo sacro?) della dea Furina, formulate dal Giannetti. Interessanti sono poi le indicazioni, date sempre da Cicerone, circa una via Vitularia e la sua diramazione Vitulina, sul percorso delle quali nulla si può dire con sicurezza, pur restando fermo il fatto che sicuramente un percorso antico collegava Arpino alla Via Latina, attraverso il Laterium.
Ferdinando Pistilli, nel 1798, riportava che presso il laghetto di Fontana Liri erano venuti alla luce resti di “fabbriche”, frammenti di pavimenti musivi, colonne spezzate e lapidi, ma proprio la citazione delle “iscrizioni” al plurale fa pensare che potessero esservi sul lago avanzi di monumenti romani, schierati lungo il già citato percorso, più che emergenze di una villa.
Presso la chiesa di San Silvestro, intorno agli anni 80, si trovò un dolio, ora in possesso di un privato, mentre un tratto dell’antico percorso per Arpino, sino a pochi anni or sono, era rintracciabile presso il campo sportivo.
A questa antica strada si ricollega un importante rinvenimento avvenuto in contrada “San Paolo- Fontana Isa”.
“Nel Museo di Casamari è conservata un’ARA DI ISIDE, alla quale aveva già fatto cenno W. Hermann, scrivendo che essa era stata trovata in comune di Fontana Liri. Più tardi S. Panciera, erroneamente, ha affermato che l’ara era venuta alla luce sulla riva destra del Liri, presso l’Anitrella, e che pertanto essa doveva porsi fra le iscrizioni del municipium di Cereate Mariane. Infine, recentemente, quale luogo di provenienza, è stata indicata da A. Giannetti la contrada San Paolo di Fontana Liri e, con maggior precisione, le adiacenze della chiesetta di San Paolo.
Per effettuare una verifica delle condizioni del ritrovamento, ho eseguito una ricognizione sul posto, raccogliendo diverse notizie dai membri delle famiglie Battista e Bianchi, abitanti nella zona. Risulta che la chiesetta di San Paolo venne ricostruita nel 1935, sul bordo dell’attuale strada che da Arpino porta a Fontana Liri. La vecchia chiesa, di forma absidata, era spostata di una ventina di metri a nord ovest (in un terreno di proprietà del Sig. Pasquale Giannetti) e, quando fu abbattuta, dalle sue fondamenta vennero estratti diversi grandi blocchi calcarei. L’ ara è invece venuta alla luce nel 1948, a una ventina di metri a nord est dalla chiesetta, durante i lavori per impiantare un vigneto, ad una profondità di quasi due metri (in un terreno di proprietà del Sig. Giuseppe Di Rienzo). Ora sorge sul luogo una casa colonica. Ad un centinaio di metri dalla chiesetta, nella macchia, sgorga una sorgente perenne denominata Fontana Isa, in cui è facile riconoscere un originario Iside. A completare il quadro archeologico, risulta, dalle dichiarazioni raccolte, che nei pressi della vecchia chiesa, anni fa, venne alla luce una tomba in terracotta, ma senza scheletro.
L’ara di Iside è costituita da un monoblocco alto m. 0,88, lungo m. 0,63, profondo m. 0,50. La parte superiore consiste in un pulvino a volute, sotto il quale sono disposte ghirlande con bende sacrificali e bucrani agli angoli. Sulle quattro facce si susseguono diversi bassorilievi isiaci. Su quella anteriore, al di sopra e al di sotto della figurazione, su due linee, si svolge la seguente iscrizione: Ex testamento/ Aburenae Quarte/ sacra reddita.
Questa Aburena, una donna di condizione libera ed evidentemente agiata, con testamento lascia delle sostanze, affinché sia ripristinato il culto di Iside. Il gentilizio Aburenus non è altrimenti noto. Panciera propone per l’ara una datazione riguardante la prima metà del I° sec. d.C., in considerazione delle vicende del culto, rigettando la datazione augustea avanzata da Hermann. A me sembra, proprio tenendo conto di tali vicende, che si possa escludere anche il periodo di Tiberio e che l’unica datazione accettabile parta dall’ età di Caligola. Non mi sento d’altra parte di condividere l’interpretazione del sacra reddita data dal Panciera. Egli ritiene che le disposizioni testamentarie si siano attuate attraverso la consacrazione dell’ara ed il tributo di cerimonie di culto, affermando che rendere, nel linguaggio sacro, ha un significato “particolare” riguardo al quale egli porta la testimonianza del Lexicon di Forcellini. Già Hermann aveva avanzato l’ipotesi che l’iscrizione alludesse invece al ripristino del culto dopo un’interruzione forzata, pur avendo inquadrato l’avvenimento in una prospettiva storica discutibile. Per quanto mi riguarda, noto che la citazione del Forcellini non è del tutto corrispondente a quanto si legge nell’iscrizione e che rendere si può anche riferire proprio al ripristino “materiale” di un monumento o di un edificio. Ritengo quindi che Aburena abbia voluto con il suo lascito riaffermare il culto di Iside, dopo gli interventi ostili verificatisi in loco, probabilmente nel periodo di governo di Tiberio.

  1. A) Faccia anteriore dell’ara. È rappresentata una cista mistica con piedini (tre visibili) e coperchio rotondeggiante. Sulla parte anteriore della cista, a bassorilievo, è delineata una luna crescente; al di sopra si innalza, con le sue volute, un serpente che con la testa si interpone fra il nome ed il cognome della dedicante. L’intera composizione ci introduce nella simbologia propria dei riti isiaci. Nella processione descritta da Apuleio, la divinità è configurata in un’urna d’oro, dalla quale s’innalzava un serpente: Su una piccola urna forgiata in modo egregio, con fondo pressoché rotondo, effigiata esternamente con meravigliose immagini egiziane, un serpente dalle contorte spire sedeva ergendosi con il gonfiore striato della testa ricoperta di squame. Il serpente, la cui forza sacrale è fondamentale nella religione egiziana, personifica la stessa Iside e la cista nasconde i misteri di quella sublime religione, così come si dice chiaramente per l’altra cista che conteneva i sacri arredi (...una cista piena di segreti, che. celava nel profondo i misteri di una sublime religione), esibita nella stessa processione. Ancora nel sec. XVIII, in un’incisione del francese Bernard Pica, Iside e Osiride sono interpretati come due serpenti.
  2. B) Faccia posteriore. E rappresentata in alto una pantera umbilicata, oggetto sacrificale comunemente scolpito anche sui fregi dorici dei locali monumenti funerari.
  3. C) Faccia laterale sinistra. E rappresentato un sistro, strumento musicale proprio dei culti orientali. Anch’esso compare nella processione isiaca e sono gli iniziati ai sacri misteri, uomini e donne, che producono un acuto suono con i sistri di bronzo e di argento e persino d’oro. In un altorilievo di età augustea della Via Appia, è raffigurata una donna con sistro. L’iscrizione che l’accompagna (C.LL., VI, 2246) ricorda appunto una sacerdotessa di Iside chiamata Usia Prima.
  4. D) Faccia laterale destra. Vi si scorge una situla per libagioni. Ancora una volta vi è un riscontro con Apuleio, nel passo in cui un sacerdote, dopo essere giunto alla fonte, volentieri liba alla dea… (Rizzello, 1984).

All’anno 107 d.C., per la citazione dei consoli Q. Licinio Graniamo e L. Vinicio Natale, ci riporta la già citata ed importante iscrizione rinvenuta nella “Villa Laterina”, prima conservata dal sacerdote Don Pasquale Proia, poi donata da Gennaro Grossi al Museo Borbonico di Napoli (ed ora nel Museo Nazionale di questa città). L’iscrizione fu interamente trascritta da Pasquale Cairo e poi pubblicata (C.I.L., X, 5670) dal Mommsen.
Vi si ricorda un’adunanza svoltasi a Sora, nella basilica di Cesare (edificio pubblico di cui si ignora la collocazione), durante la quale, in onore di Marco Vibio Autore, che per due volte era stato duovir quinquennale, in considerazione dei suoi meriti, si stabilì il conferimento di una tavola di bronzo e l’erezione di una statua. L’iscrizione di Fontana doveva comunque, essere una copia di quella originaria, un duplicato che Vibìo Autore aveva fatto sistemare nella sua villa in Laterio.
Agli inizi dell’alto medioevo, è databile un ripostiglio monetale, rinvenuto durante lavori compiuti nel Polverificio prima del 1899 a Fontana Liri e donato al Museo Civico di Brescia, nel gennaio 1899, dal Tenente Colonnello A. Benedetti.
Al momento del recupero, il ripostiglio comprendeva 150 monete gotiche e bizantine, in cattive condizioni di conservazione (solo 70 leggibili). Attualmente, se ne conservano nel Museo 72, tutte leggibili; altre due monete, una di Arcadio (383-408) ed una di Leone I (457-474), risultanti nèl Registro del Museo, non più reperibili.
Il tesoretto presenta datazioni dal 383 al 552 d.C., con le seguenti autorità emittenti: Arcadio, Leone I (già citati); Marciano, Anastasio, Giustiniano I, Atalarico, Tegolato, Vitige, Baduila, Trasamund (?), Hilderich (?). Le zecche individuate sono quelle di Costantinopoli, Nicomedia (?), Civico (?), Cartagine, Ravenna, Roma, Ticino. La relativa scheda anagrafica, compilata dal Museo, è stata riportata da G. Pistilli (Fontana Liri, pp. 49-50).
Il ripostiglio appare fondamentale per la ricostruzione storica di uno dei periodi meno conosciuti nella nostra zona.

In un atto notarile del luglio 1006 dell’Archivio di Montecassino, pubblicato nel 1897 da Alessandro Magliari, si cita un Giovanni del fu Albino, abitante nel territorio di Arpino “nella località denominata castello zapponi’. L’indicazione del toponimo come di una semplice località fa ritenere che la costruzione difensiva, realizzata nell’alto medioevo sulle più antiche murature di una villa romana, fosse già pressoché scomparsa. Riguardo al termine Zupponis, si è ipotizzato, ma senza dati precisi, che esso potesse riferirsi o al longobardo Zottone, che intorno agli anni 587-589 conquistò la zona, o a un certo Suppone (forse il duca di Spoleto dell’822). La più tarda espressione castro Scipione (che riguardava il borgo di Fontana Liri superiora e in particolare il castello medievale) è invece, chiaramente, una corruttela del più antico toponimo (Zupponis).
Più storicamente certe sono le notizie sulla “cella’ di S. Maria de Castello Zapponi, testimoniata dal 1110 (Bolla di Pasquale TI), ma la cui fondazione dovrebbe risalire al periodo che va dalla seconda metà del X secolo alla prima metà dell’XI, in cui nel territorio di Arpino è documentato un intenso programma di riorganizzazione fondiaria ad opera dei benedettini, con le celle di S. Silvestro, S. Benedetto de Colle de Insula, S. Lucia, S. Martino, che funzionavano come vere e proprie aziende agricole, ed inoltre con le chiese della Beata Maria Vergine in loc. Le Forme e di Sant’Andrea, ambedue con monastero.
L’epoca di costruzione del castello medievale è collegata, dopo il Mille, alla diffusione del termine castro, specifico in relazione al fenomeno del l’incastellamento, più che all’uso del toponimo “Fontana”, per la prima volta indicato nel 1142. Erano gli anni in cui i Normanni percorrevano da conquistatori il Lazio meridionale.
Il castello, poi denominato “Succorte”, sorse sullo scosceso monte di Santa Lucia, intorno al quale furono edificate le case del borgo, a sua volta più tardi circondato da una cerchia muraria.
Ai tempi dei re normanni, fu compilato un elenco di Baroni che sotto il regno di Guglielmo Il Buono erano tenuti a fornire uomini per la III Crociata. Vi risulta che il feudatario di Fontana, il conte Roberto di Caserta, doveva fornire due militi (che in genere facevano parte del ceto nobiliare). Dopo la crisi provocata da Ottone I Federico II confermò nel 1211 a Riccardo Conti, fratello di Innocenzo III, diversi castelli fra i quali era Fontana.
Successivamente, nel 1221; Tommaso, conte di Caserta, riconfermò diversi benefici (già precedentemente concessi dal suo bisavolo Roberto Maggiore e dal nonno Guglielmo) e ne stabilì altri a “chierici, milites e boni homines di Fontana”, con un documento, basilare per la storia del paese, indicato con il nome di Ascissa atque costituto (conservato nell’Archivio Caetani, 1221, n. 665).
Nell’atto di concessione era prevista una forte ammenda (dieci once d’oro a carico di coloro che, ricoprendo cariche amministrative, non avessero applicato quanto in esso stabilito). Dal documento si comprende che agli inizi dell’epoca fridericiana, si era ormai definita in Fontana la suddivisione nei diversi ceti dominanti, clero, nobili e boni homines (questi ultimi si distinguevano per livello di cultura e per il loro patrimonio). E anche notevole l’intervento del Conte a difesa dei cittadini di Fontana che in precedenza erano stati ingiustamente oppressi, contro quelle che erano le leggi e le buone tradizioni.
Mentre Federico II era impegnato nella quinta Crociata in Terra Santa, un esercito papalino, nel 1229, guidato dal Conte di Campania, piombò su Sora e da qui si impadronì sia di Arpino e di Fontana sia della Marsica. Nello stesso anno Federico Il, ritornato in Italia, riconquistò rapidamente i territori perduti e fra questi quello di Fontana.
Nel 1269 Fontana rientrò nel programma di Carlo I d’Angiò per la riorganizzazione dei castelli di Terra di Lavoro e di Abruzzo. Per essi, si fissavano le qualifiche dei castellani, il numero degli addetti per ogni fortificazione, l’ammontare degli stipendi e si davano direttive in relazione alle riparazioni da effettuare. Il castro di Fontana vi appare tenuto da un castellano scutifer. I castellani del Castro Sorelle (Sora) e del Castro Pescli Falconare (Arpino) erano milites e avevano quindi una maggiore dignità (una qualifica intermedia era quella di castellano scutifer); tuttavia, il castellano scutifer di Fontana, che aveva a sua disposizione otto inservienti, risulta più importante di quello della Civita Vecchia di Arpino con sei inservienti.
Con un diploma del 7 giugno 1289, Carlo II d’Angiò, riconoscendo i diritti spettanti a Riccardo del castro di Montenero (situato fra Arpino e Santopadre) su diversi paesi fra i quali Fontana, in base ad accordi precedentemente stipulati fra Carlo I e il Pontefice, concesse ai suoi figli il possesso dei feudi stessi. Alcuni anni dopo, però, nel 1295, il re trasferì diversi castelli (e fra questi Fontana e Atina) al conte Goffredo II Caetani, fratello di Bonifacio VIII. Fontana era allora obbligata ad una contribuzione annuale di 40 once d’oro.
Dalle Rationes Decimarum della Campania, abbiamo un quadro preciso della situazione delle diverse chiese che sorgevano a Fontana nel periodo 1308-1310. Sono citate: la vecchia chiesa (o cella) di Santa Maria de Castro Sypionis, che era tassata per un’oncia ed era quindi ancora la più importante di Fontana; le chiese di Santa Lucia, S. Andrea e S. Stefano, che congiuntamente pagavano dieci tarì; infine, il Rettore della chiesa di Santo Spirito doveva versare 6 grana.
Nel 1349, un grave colpo alla situazione sinora delineata fu inferto dal gravissimo terremoto che si abbatté sulla zona, avendo come epicentro Cassino, dove fu distrutta l’Abbazia. Fu allora raso al suolo il borgo medievale di Atina (sul Monte Santo Stefano), ma notevoli danni si ebbero, a largo raggio, da Fontana ad Alvito, Sora e Veroli.
Il centro fontanese ritorna alla ribalta nel 1451, quando il re di Napoli, Alfonso I d’Aragona, mentre con il suo esercito si dirigeva verso la Toscana, ammalatosi gravemente, fu trasportato da Campolato (Torre di Sant’Eleuterio) nel vicino Castello di Fontana, dove rimase per circa due mesi, sino al momento in cui, ristabilito, si trasferì a Trajetto.
Dal 1443 al 1461 Fontana fu sotto il dominio dei Cantelmo. A Nicolò Cantelmo, duca di Sora e di Alvito, successe il figlio Pier Giampaolo, che nel 1458 si schierò contro il re Ferdinando I d’Aragona, a favore degli Angioini. Sopraggiunse allora, in appoggio a Ferdinando I, un esercito papalino, guidato da Napoleone Orsini, che conquistò Sora, Isola, Castelluccio, Arpino e Fontana. Con un successivo contrattacco, gli eserciti uniti di Pier Giampaolo e di Antonio Caldora, riconquistarono Fontana, Arce ed altre terre, ma fu questa una vittoria effimera, perché nel 1461 un più potente esercito del Papa, condotto da Antonio Piccolomini e Federico di Montefeltro, assediò Castelluccio e costrinse alla fuga il Cantelmo, che dovette poi consegnare i castelli di Fontana e Casalvieri, come garanzia delle condizioni di pace.
In seguito a rinnovate azioni ostili del Duca di Sora, vi fu un ulteriore intervento di Napoleone Orsini e questa volta, dopo la capitolazione del castello di Isola, furono ceduti allo Stato Pontificio Sora, Arpino, Isola, Castelluccio, Fontana e Casalvieri. Il pontefice Pio Il, nel 1463, concedeva ad Aldo Conti, Signore di Valmontone, le Terre di Arce, Fontana, Santopadre e la Torre di Campolato. L’importanza del Castello fontanese in quest’epoca è sottolineata dal fatto che lo stesso Pio II, nei suoi Commentari (V libro), scriveva che i due “oppida” (centri fortificati) dì Fontana e di Casalvieri erano situati in posizioni idonee ed erano ben fortificati.
In seguito ad un accordo fra Ferdinando I d’Aragona ed il papa Sisto IV, nel 1472 il Ducato di Sora (comprendente Fontana) tornava al Regno di Napoli ed era assegnato a Leonardo della Rovere.

Il dominio della famiglia Della Rovere si prolungò sino al 1580. Durante questo periodo, seguito a rinnovate azioni ostili del Duca, i fatti storici importanti furono la prima e seconda “Congiura dei Baroni” e la discesa in Italia di Carlo VIII. Nel 1580 Francesco Maria della Rovere vendette il Ducato di Sora e di Arce a Ugo Boncompagni (poi papa Gregorio XIII), che lo acquistò per il figlio Giacomo. Interessanti sono, per quest’epoca, le notizie riguardanti Fontana, contenute nella “Descrizione dello Stato di Sora e suoi confini”, probabilmente redatta da un “officiale” del vescovado di Sora e indirizzata al duca Giacomo Boncompagni. Vi si legge che il paese “ha nel più alto una rocca di fabbrica antica e trista, tutta rovinata di dentro”, vi si contano circa 130 fuochi ed è “abitata da persone assai civili per villa e fa buon vino., ha parecchi molini da utile”. Proprio a proposito di mulini, nell’Archivio Boncompagni-Ludovisi, vi è una vasta documentazione che conferma il notevole sviluppo dell’industria molitoria fontanese nel secolo XVII. In uno stucco degli inizi del sec. XVII (Isola del Liri, Palazzo Boncompagni) il centro abitato di Fontana appare circondato dalle mura (su cui in parte si sono già impiantate abitazioni civili), con tre torrioni visibili, ed è dominato dalla massiccia ed articolata costruzione con due alte torri svettanti, una delle quali fornita di beccatelli. Per quanto riguarda la situazione amministrativa di Fontana, è da rilevare che durante il dominio feudale dei Boncompagni, nel paese vi era un Capitano che emetteva sentenze; queste potevano essere appellate a Sora ed erano quindi riesaminate a Napoli; nel 1650 Fontana divenne Università autonoma; al 1719 risale il bilancio più antico di questa Università (conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli). La mutata situazione urbanistica di Fontana può essere constatata in un’illustrazione del Cabreo del 1739 (conservato a Roma, presso l’Archivio del Gran Maestro dell’Ordine di Malta), nella quale il sistema di fortificazioni, che nel secolo precedente caratterizzava il paese, risulta ormai smantellato. Alla metà del secolo XVIII, il duca di Sora Gaetano I fece innalzare le acque del lago Solfatara, avendo intenzione di costruirvi uno stabilimento termale, iniziativa questa che non fu possibile realizzare per l’opposizione degli amministratori locali. Il duca dovette poi intervenire per costruire un muraglione che proteggesse i mulini fontanesi dalle alluvioni. In questo periodo, la Terra di Fontana risulta tassata per la somma di ca. 378 ducati, ma si è ormai alla fine del regime feudale. Nel 1806 Giuseppe Napoleone aboliva infatti ufficialmente la feudalità nell’Italia Meridionale. Nel Dizionario Geografico di Lorenzo Giustiniani, pubblicato fra il 1797 e il 1805, si precisa che la popolazione di Fontana superava allora i duemila abitanti. la tassazione che la riguardava “del 1532 fu di fuochi 73, del 1545 di 81 fuochi, del 1561 di 108 fuochi, del 1595 di 138 fuochi, del 1648 dello stesso numero, e del 1669 di 133 fuochi”. Nel periodo del brigantaggio, il territorio di Fontana fu coinvolto nel movimento delle truppe inviate per la repressione. Nel settembre 1806 reparti francesi, comandati da Forestier e dal Sig. Cavaignac, nel corso delle operazioni militari contro Fra’ Diavolo, si accamparono sul Colle di Fontana, probabilmente in località Giannetti. A salvaguardia del paese dai briganti, dopo l’Unità d’Italia, operò a Fontana la Compagnia della Guardia Nazionale (con 158 militi), fino al 1869 comandata dal capitano Pasquale Parravano. Dal Censimento del 1861, risultavano a Fontana 2366 abitanti. Con il R. Decreto 22 gennaio 1863 il paese modificava il suo nome originario in Fontana Liri. Alla fine del 1892 terminarono i lavori per la costruzione del Polverificio militare. Il nuovo stabilimento industriale, la cui fondazione inizialmente incontrò notevoli ostacoli locali, fu motivo principale di una profonda trasformazione. Gradualmente sorsero in adiacenza del Polverificio molte abitazioni, mentre la stessa economia di Fontana Liri da agricola diveniva prevalentemente industriale. Alla fine del 1931, pur continuando il paese ad essere considerato come un’unica aggregazione, si distinse fra Fontana Liri Superiore (il centro storico di origine medievale) e Fontana Liri Inferiore, il nuovo centro sorto presso il Polverificio e nella zona dove in epoca romana si estendeva la “villa Laterina”.

Approfondimenti

“Il gonfalone storico del Comune di Fontana Liri è stato inaugurato il 4 Dicembre 2018.
Ha fatto la prima uscita ufficiale nella giornata di Martedì 4 Dicembre, in occasione della ricorrenza della festa patronale. Presente S.E. il Prefetto Ignazio Portelli che ha presenziato la cerimonia ed ha apposto la medaglia d’argento al valore civile, di cui è decorato il Comune di Fontana Liri, sul nuovo Gonfalone che poi, dopo la benedizione del parroco Don Pasqualino, ha sfilato in processione della nostra patrona Santa Barbara.
Abbiamo scelto di presentarlo ufficialmente alla cittadinanza in questo giorno, ricorrenza della morte del nostro concittadino più famoso nel mondo. Grazie ad un lavoro attento e meticoloso del sottoscritto e del Presidente del consiglio Sergio Proia, ed anche grazie alle sollecitazioni ed osservazioni di Domenico Grossi, è stato ripristinato il corretto stemma del nostro comune. Lo stemma era stato concesso da Mussolini nel 1929 e poi non si sa per quale motivo inspiegabilmente modificato negli anni, tanto che oramai era opinione diffusa che il nostro stemma fosse bianco ed azzurro e vi fosse ritratta una fontana. Ebbene, andando a fondo, abbiamo verificato che il colore era Rosso e bianco e la fontana completamente diversa e di color argento. La procedura è stata complessa, con un iter estremamente burocratico: abbiamo dovuto relazionarci con la Presidenza del consiglio, ufficio del Cerimoniere, che ci ha indicato come e dove poter disegnare la minuta. La consultazione degli atti di archivio ha permesso di appurare che con Decreto del Capo del Governo 17 luglio 1929, a firma di Mussolini, è stato riconosciuto a Fontana Liri uno stemma così blasonato: “di rosso, alla fontana con tre zampilli d’acqua, ricadenti in due coppe sottostanti, il tutto di argento. Ornamenti esteriori da Comune”, mentre, in riferimento al gonfalone, risultava alla data del 2015 non assegnato e pertanto il Comune ha attivato gli atti per predisporre gli adempimenti formali per la procedura concessoria del gonfalone. Tramite delibera di consiglio è stata attivata la procedura per la richiesta di Gonfalone che è stato concesso dalla Presidenza dei Ministri e consegnato alla Prefettura di Frosinone ed il Comune ha provveduto a ritirarlo.  Nei mesi scorsi il Sottoscritto ha consegnato, nelle mani del Prefetto di Frosinone, il quadro con lo stemma ufficiale del Comune di Fontana Liri alla Prefettura di Frosinone. Il nostro comune era l’unico comune mancante nella sala della Prefettura, dove sono affissi tutti i quadri degli stemmi dei comuni della nostra provincia.
Ripristinato il corretto stemma di Fontana Liri, concesso nel 1929 a firma di Mussolini, con i colori giusti Rosso e Bianco e non più bianco e celeste. Questi ultimi, messi arbitrariamente probabilmente nel dopoguerra in onore della Madonna di Loreto, non erano ufficiali. Abbiamo anche chiesto all’ufficio di Presidenza se avessimo potuto ratificare quello azzurro, visto che oramai faceva parte della storia recente del nostro comune ma non era possibile poiché dovevano trascorrere minimo cento anni per sostituire uno stemma: poiché la concessione era del 1929, bisognava attendere il 2029.

DEFINIZIONE STEMMA: “La consultazione degli atti di archivio ha permesso di appurare che con Decreto del Capo del Governo 17 luglio 1929 è stato riconosciuto a Fontana Liri uno stemma così blasonato: “di rosso, alla fontana con tre zampilli d’acqua, ricadenti in due coppe sottostanti, il tutto di argento. Ornamenti esteriori da Comune”.

(Tratto dal discorso del sindaco Gianpio Sarracco durante la terza edizione del Premio Fontana Liri Marcello Mastroianni).

Affresco del quattordicesimo secolo staccato dal Castello Succorte a cura della Sovrintendenza alle Belle Arti e conservato presso il Municipio di Fontana Liri.

Ai piedi del “monte” Le Cese e della voragine detta “Fossa del monte”, si estende il pittoresco laghetto Solfatara, di mq. 4350, dalle acque ferruginose che si mescolano lungo la sponda opposta alle acque sulfuree - “acque preziose” come venivano definite nel 1800, le uniche della zona fra il Liri e il Melfa. In passato l'acqua ferruginosa sgorgava copiosa da una cavità naturale compresa in un’enorme rupe calcarea erosa e consunta dall'acqua e dal tempo. A questa sorgente, denominata da sempre Bucone (grossa cavità), si accedeva attraverso uno stretto e scomodo passaggio scavato nella roccia. Ora il Bucone, con quelle sue caratteristiche, è solo un suggestivo ricordo. La portata delle sorgenti che alimentano il lago era un tempo notevole ed esso manteneva inalterato il suo livello, regolato peraltro da paratie. Da qualche decennio il lago non è più lo stesso e frequentemente, e a volte per lunghi periodi, cala di livello o si prosciuga del tutto. La quantità delle acque dipende pur sempre da periodi più o meno lunghi di siccità, da innevamenti più o meno consistenti e prolungati, ma per il nostro lago modificazioni di una certa consistenza debbono essersi verificate nella sua struttura idrogeologica e idrografica, che hanno poi determinato l'abbassamento delle falde freatiche. E anche lo stesso aspetto del lago ha subìto sostanziali modificazioni. Indubbiamente encomiabile è stato l'aver dotato le adiacenze del lago di valide strutture per chi vi si reca per rilassarsi e di un simpatico parco-giochi per bambini. Cesare Pascarella ricorda di avere avvertito pure lui un “acuto odore di zolfo” quando col “legno” (calesse) si recò da Ceprano a Fontana Liri. Il vetturino gli spiegò che il cattivo odore proveniva dal lago «chiamato Zulufràga, ove vanno a gettarsi cinque o sei rigagnoli di acqua minerale della quale si fa modesto commercio. Nei pressi del lago sorgeva la villa Lateria appartenente a Quinto, fratello di Cicerone, come attestano scrittori e storici. Scrive Gustavo Strafforello: «Nelle adiacenze (del lago) scorgonsi anche avanzi di antiche costruzioni e di terme e vi fu rivenuta anche una lapide illustrata da alcuni scrittori». E l'abate Ferdinando Pistilli: «Quivi non solo scaturisce la detta acqua sulfurea, ma ben anche l’acidola, la ferrata, la calda, la fredda ecc., sebbene oggi siano tutte in confusione. Dai rottami di fabbriche e di pavimenti a mosaico antico ivi scoperti si argomenta che un giorno vi siano stati dei Bagni di diverse acque.

In un atto notarile del luglio 1006 dell’Archivio di Montecassino, pubblicato nel 1897 da Alessandro Magliari, si cita un Giovanni del fu Albino, abitante nel territorio di Arpino “nella località denominata castellu zupponi’. L’indicazione del toponimo come di una semplice località fa ritenere che la costruzione difensiva, realizzata nell’alto medioevo sulle più antiche murature di una villa romana, fosse già pressoché scomparsa. Riguardo al termine Zupponis, si è ipotizzato, ma senza dati precisi, che esso potesse riferirsi o al longobardo Zottone, che intorno agli anni 587-589 conquistò la zona, o a un certo Suppone (forse il duca di Spoleto dell’822). La più tarda espressione castrum Scipionis (che riguardava il borgo di Fontana Liri superiora e in particolare il castello medievale) è invece, chiaramente, una corruttela del più antico toponimo (Zupponis). Più storicamente certe sono le notizie sulla “cella’ di S. Maria de Castello Zupponis, testimoniata dal 1110 (Bolla di Pasquale TI), ma la cui fondazione dovrebbe risalire al periodo che va dalla seconda metà del X secolo alla prima metà dell’XI, in cui nel territorio di Arpino è documentato un intenso programma di riorganizzazione fondiaria ad opera dei benedettini, con le celle di S. Silvestro, S. Benedetto de Colle de Insula, S. Lucia, S. Martino, che funzionavano come vere e proprie aziende agricole, ed inoltre con le chiese della Beata Maria Vergine in loc. Le Forme e di Sant’Andrea, ambedue con monastero.

L’epoca di costruzione del castello medievale è collegata, dopo il Mille, alla diffusione del termine castrum, specifico in relazione al fenomeno del l’incastellamento, più che all’uso del toponimo “Fontana”, per la prima volta indicato nel 1142. Erano gli anni in cui i Normanni percorrevano da conquistatori il Lazio meridionale. Il castello, poi denominato “Succorte”, sorse sullo scosceso monte di Santa Lucia, intorno al quale furono edificate le case del borgo, a sua volta più tardi circondato da una cerchia muraria. Ai tempi dei re normanni, fu compilato un elenco di Baroni che sotto il regno di Guglielmo Il il Buono erano tenuti a fornire uomini per la III Crociata. Vi risulta che il feudatario di Fontana, il conte Roberto di Caserta, doveva fornire due militi (che in genere facevano parte del ceto nobiliare). Dopo la crisi provocata da Ottone I Federico II confermò nel 1211 a Riccardo Conti, fratello di Innocenzo III, diversi castelli fra i quali era Fontana.

Successivamente, nel 1221; Tommaso, conte di Caserta, riconfermò diversi benefici (già precedentemente concessi dal suo bisavolo Roberto Maggiore e dal nonno Guglielmo) e ne stabilì altri a “chierici, milites e boni homines di Fontana”, con un documento, basilare per la storia del paese, indicato con il nome di Ascissa atque constituto (conservato nell’Archivio Caetani, 1221, n. 665). Nell’atto di concessione era prevista una forte ammenda (dieci once d’oro a carico di coloro che, ricoprendo cariche amministrative, non avessero applicato quanto in esso stabilito). Dal documento si comprende che agli inizi dell’epoca federiciana, si era ormai definita in Fontana la suddivisione nei diversi ceti dominanti, clero, nobili e boni homines (questi ultimi si distinguevano per livello di cultura e per il loro patrimonio). E anche notevole l’intervento del Conte a difesa dei cittadini di Fontana che in precedenza erano stati ingiustamente oppressi, contro quelle che erano le leggi e le buone tradizioni.

Mentre Federico II era impegnato nella quinta Crociata in Terra Santa, un esercito papalino, nel 1229, guidato dal Conte di Campania, piombò su Sora e da qui si impadronì sia di Arpino e di Fontana sia della Marsica. Nello stesso anno Federico Il, ritornato in Italia, riconquistò rapidamente i territori perduti e fra questi quello di Fontana. Nel 1269 Fontana rientrò nel programma di Carlo I d’Angiò per la riorganizzazione dei castelli di Terra di Lavoro e di Abruzzo. Per essi, si fissavano le qualifiche dei castellani, il numero degli addetti per ogni fortificazione, l’ammontare degli stipendi e si davano direttive in relazione alle riparazioni da effettuare. Il castrum di Fontana vi appare tenuto da un castellano scutifer. I castellani del Castrum Sorelle (Sora) e del Castrum Pescli Falconarie (Arpino) erano milites e avevano quindi una maggiore dignità (una qualifica intermedia era quella di castellano scutifer); tuttavia, il castellano scutifer di Fontana, che aveva a sua disposizione otto inservienti, risulta più importante di quello della Civita Vecchia di Arpino con sei inservienti. Con un diploma del 7 giugno 1289, Carlo II d’Angiò, riconoscendo i diritti spettanti a Riccardo del castrum di Montenero (situato fra Arpino e Santopadre) su diversi paesi fra i quali Fontana, in base ad accordi precedentemente stipulati fra Carlo I e il Pontefice, concesse ai suoi figli il possesso dei feudi stessi. Alcuni anni dopo, però, nel 1295, il re trasferì diversi castelli (e fra questi Fontana e Atina) al conte Roffredo II Caetani, fratello di Bonifacio VIII. Fontana era allora obbligata ad una contribuzione annuale di 40 once d’oro.

Dalle Rationes Decimarum della Campania, abbiamo un quadro preciso della situazione delle diverse chiese che sorgevano a Fontana nel periodo 1308-1310. Sono citate: la vecchia ciesa (o cella) di Santa Maria de Castro Sypionis, che era tassata per un’oncia ed era quindi ancora la più importante di Fontana; le chiese di Santa Lucia, S. Andrea e S. Stefano, che congiuntamente pagavano dieci tarì; infine, il Rettore della chiesa di Santo Spirito doveva versare 6 grana.

Nel 1349, un grave colpo alla situazione sinora delineata fu inferto dal gravissimo terremoto che si abbatté sulla zona, avendo come epicentro Cassino, dove fu distrutta l’Abbazia. Fu allora raso al suolo il borgo medievale di Atina (sul Monte Santo Stefano), ma notevoli danni si ebbero, a largo raggio, da Fontana ad Alvito, Sora e Veroli.

Il centro fontanese ritorna alla ribalta nel 1451, quando il re di Napoli, Alfonso I d’Aragona, mentre con il suo esercito si dirigeva verso la Toscana, ammalatosi gravemente, fu trasportato da Campolato nel vicino Castello di Fontana, dove rimase per circa due mesi, sino al momento in cui, ristabilito, si trasferì a Trajetto.

Dal 1443 al 1461 Fontana fu sotto il dominio dei Cantelmo. A Nicolò Cantelmo, duca di Sora e di Alvito, successe il figlio Piergiampaolo, che nel 1458 si schierò contro il re Ferdinando I d’Aragona, a favore degli Angioini. Sopraggiunse allora, in appoggio a Ferdinando I, un esercito papalino, guidato da Napoleone Orsini, che conquistò Sora, Isola, Castelluccio, Arpino e Fontana. Con un successivo contrattacco, gli eserciti uniti di Piergiampaolo e di Antonio Caldora, riconquistarono Fontana, Arce ed altre terre, ma fu questa una vittoria effimera, perché neI 1461 un più potente esercito del Papa, condotto da Antonio Piccolomini e Federico di Montefeltro, assediò Castelluccio e costrinse alla fuga il Cantelmo, che dovette poi consegnare i castelli di Fontana e Casalvieri, come garanzia delle condizioni di pace.

In seguito a rinnovate azioni ostili del Duca di Sora, vi fu un ulteriore intervento di Napoleone Orsini e questa volta, dopo la capitolazione del castello di Isola, furono ceduti allo Stato Pontificio Sora, Arpino, Isola, Castelluccio, Fontana e Casalvieri. Il pontefice Pio Il, nel 1463, concedeva ad Aldo Conti, Signore di Valmontone, le Terre di Arce, Fontana, Santopadre e la Torre di Campolato. L’importanza del Castello fontanese in quest’epoca è sottolineata dal fatto che lo stesso Pio II, nei suoì Commentari (V libro), scriveva che i due “oppida” (centri fortificati) dì Fontana e di Casalvieri erano situati in posizioni idonee ed erano ben fortificati.

In seguito ad un accordo fra Ferdinando I d’Aragona ed il papa Sisto IV, nel 1472 il Ducato di Sora (comprendente Fontana) tornava al Regno di Napoli ed era assegnato a Leonardo della Rovere.

Il dominio della famiglia Della Rovere si prolungò sino al 1580. Durante questo periodo, fatti In seguito a rinnovate azioni ostili del Duca di storici importanti furono la prima e seconda “Congiura dei Baroni” e la discesa in Italia di Carlo VIII. Nel 1580 Francesco Maria della Rovere vendette il Ducato di Sora e di Arce a Ugo Boncompagni (poi papa Gregorio XIII), che lo acquistò per il figlio Giacomo.

Interessanti sono, per quest’epoca, le notizie riguardanti Fontana, contenute nella “Descrizione dello Stato di Sora e suoi confini”, probabilmente redatta da un “officiale” del vescovado di Sora e indirizzata al duca Giacomo Boncompagni. Vi si legge che il paese “ha nel più alto una rocca di fabrica antica e trista, tutta rovinata di dentro”, vi si contano circa 130 fuochi ed è “habitata da persone assai civili per villa e fa buon vino.., ha parecchi molini da utile”. Proprio a proposito di mulini, nell’Archivio Boncompagni-Ludovisi, vi è una vasta documentazione che conferma il notevole sviluppo dell’industria molitoria fontanese nel secolo XVII.

In uno stucco degli inizi del sec. XVII (Isola del Liri, Palazzo Boncompagni) il centro abitato di Fontana appare circondato dalle mura (su cui in parte si sono già impiantate abitazioni civili), con tre torrioni visibili, ed è dominato dalla massiccia ed articolata costruzione con due alte torri svettanti, una delle quali fornita di beccatelli.

Per quanto riguarda la situazione amministrativa di Fontana, è da rilevare che durante il dominio feudale dei Boncompagni, nel paese vi era un Capitano che emetteva sentenze; queste potevano essere appellate a Sora ed erano quindi riesaminate a Napoli; nel 1650 Fontana divenne Università autonoma; al 1719 risale il bilancio più antico di questa Università (conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli).

La mutata situazione urbanistica di Fontana può essere constatata in un’ illustrazione del Cabreo del 1739 (conservato a Roma, presso l’Archivio del Gran Maestro dell’Ordine di Malta), nella quale il sistema di fortificazioni, che nel secolo precedente caratterizzava il paese, risulta ormai smantellato.

Alla metà del secolo XVIII, il duca di Sora Gaetano I fece innalzare le acque del lago Solfatara, avendo intenzione di costruirvi uno stabilimento termale, iniziativa questa che non fu possibile realizzare per l’opposizione degli amministratori locali. Il duca dovette poi intervenire per costruire un muraglione che proteggesse i mulini fontanesi dalle alluvioni.

In questo periodo, la Terra di Fontana risulta tassata per la somma di ca. 378 ducati, ma si è ormai alla fine del regime feudale. Nel 1806 Giuseppe Napoleone aboliva infatti ufficialmente la feudalità nell’Italia Meridionale. Nel Dizionario Geografico di Lorenzo Giustiniani, pubblicato fra il 1797 e il 1805, si precisa che la popolazione di Fontana superava allora i duemila abitanti. la tassazione che la riguardava “del 1532 fu di fuochi 73, del 1545 di 81 fuochi, del 1561 di 108 fuochi, del 1595 di 138 fuochi, del 1648 dello stesso numero, e del 1669 di 133 fuochi”.

Nel periodo del brigantaggio, il territorio di Fontana fu coinvolto nel movimento delle truppe inviate per la repressione. Nel settembre 1806 reparti francesi, comandati da Forestier e dal Sig. Cavaignac, nel corso delle operazioni militari contro Fra’ Diavolo, si accamparono sul Colle di Fontana, probabilmente in località Giannetti. A salvaguardia del paese dai briganti, dopo l’Unità d’Italia, operò a Fontana la Compagnia della Guardia Nazionale (con 158 militi), fino al 1869 comandata dal capitano Pasquale Parravano.

Dal Censimento del 1861, risultavano a Fontana 2366 abitanti. Con il R. Decreto 22 gennaio 1863 il paese modificava il suo nome originario in Fontana Liri.

Alla fine del 1892 terminarono i lavori per la costruzione del Polverificio militare. Il nuovo stabilimento industriale, la cui fondazione inizialmente incontrò notevoli ostacoli locali, fu motivo principale di una profonda trasformazione. Gradualmente sorsero in adiacenza del Polverificio molte abitazioni, mentre la stessa economia di Fontana Liri da agricola diveniva prevalentemente industriale.

Alla fine del 1931, pur continuando il paese ad essere considerato come un’unica aggregazione, si distinse fra Fontana Liri Superiore (il centro storico di origine medievale) e Fontana Liri Inferiore, il nuovo centro sorto presso il Polverificio e nella zona dove in epoca romana si estendeva la “villa Laterina”.

Santa Barbara, la martire del fuoco, è protettrice di pompieri, artificieri e marinai perché, secondo la tradizione, morì martire nel 306 d.C. dopo essere stata rinchiusa in una torre dal padre che non voleva si consacrasse a Dio. È anche invocata contro saette ed esplosioni perché un fulmine colpì il suo carnefice, il padre Dioscoro, che non accettava la sua conversione al cristianesimo e per questo la uccise. La si festeggia il 4 dicembre perché in questa data nel 306 morì martire, torturata secondo la leggenda con il fuoco e viene invocata contro la morte improvvisa per fuoco, contro i fulmini e le esplosioni. Esplosivi e armi vengono tenuti in depositi che si chiamano, non a caso, “santabarbara”. È la patrona di artificieri, vigili del fuoco (la cui preghiera recita: “La nostra vita è il fuoco, la nostra fede è Dio per Santa Barbara Martire!”), minatori, marinai, artiglieri, architetti, ingegneri ambientali, muratori, campanari, ombrellai. Per festeggiarla c’è chi spara a salve in aria e chi visita le caserme dei Vigili del fuoco. Alla Santa sono dedicate la caserma “Santa Barbara” dell'Esercito italiano, situata ad Anzio e attualmente sede della Brigata RISTA – EW, la Caserma della scuola di artiglieria contraerei di Sabaudia (LT), la Caserma sede dell'Artiglieria a Cavallo (Voloire) sita a Milano. Come protettrice dei Marinai della Marina Militare, un'immagine della Santa viene sempre posta nei depositi munizioni delle Unità Navali e delle caserme. Il 4 dicembre a bordo delle Unità Navali della Marina Militare, secondo la tradizione, si dona un fascio di rose rosse al 1º Direttore del Tiro di bordo. È tra le Sante più venerate al mondo, specie in sud America, Asia, Europa e Stati Uniti.

La biografia

Originaria della Turchia, dove nacque nel 273 d.C. nell’attuale İzmit, a quei tempi Nicomedia, entrò in contrasto con il padre Dioscoro, pagano, a causa della conversione al cristianesimo. Tra il 286-287 Barbara si trasferì presso la villa rustica di Scandriglia, oggi in provincia di Rieti, al seguito del padre, collaboratore dell'imperatore Massimiano Erculeo. La conversione alla fede cristiana di Barbara provocò l'ira di Dioscoro. La ragazza fu così costretta a rifugiarsi in un bosco dopo aver distrutto gli dei nella villa del padre. Trovata, fu consegnata al prefetto Marciano. Durante il processo che iniziò il 2 dicembre 290 Barbara difese il proprio credo ed esortò Dioscoro, il prefetto ed i presenti a ripudiare la religione pagana per abbracciare la fede cristiana. Questo le costò dolorose torture. Il 4 dicembre, infine, fu decapitata con la spada dallo stesso Dioscoro, che fu colpito però da un fulmine.

Le versioni del martirio.

Esistono molte redazioni in greco e traduzioni latine della passione di Barbara; si tratta, però, di narrazioni leggendarie, il cui valore storico è molto scarso, anche perché vi si riscontrano non poche divergenze. In alcune, infatti, il suo martirio è posto sotto l’impero di Massimino il Trace (235 – 38) o di Massimiano (286 – 305), in altre, invece, sotto quello di Massimino Daia (308 –13). Né maggiore concordanza esiste sul luogo di origine, poiché si parla di Antiochia, di Nicomedia e, infine, di una località denominata “Heliopolis”, distante 12 miglia da Euchaita, città della Paflagonia. Nelle traduzioni latine, la questione si complica maggiormente perché, per alcune di esse, Barbara sarebbe vissuta nella Toscana e, infatti, nel Martirologio di Adone, si legge: “In Tuscia natale sanctae Barbarae virginis et martyris sub Maximiano imperatore”. Ci si trova, quindi, di fronte al caso di una martire il cui culto fin dall’ antichità fu assai diffuso, tanto in Oriente quanto in Occidente; invece, per quanto riguarda le notizie biografiche, si possiedono scarsissimi elementi: il nome, l’origine orientale, con ogni verisimiglianza l’Egitto, e il martirio. La leggenda, poi, ha arricchito con particolari fantastici, a volte anche irreali, la vita della martire: si tratta di particolari che hanno avuto un influsso sia sul culto come sull’ iconografia.

Rinchiusa nella torre dal padre

Il padre di Barbara, Dioscuro, fece costruire una torre per rinchiudervi la bellissima figlia richiesta in sposa da moltissimi pretendenti. Ella, però, non aveva intenzione di sposarsi, ma di consacrarsi a Dio. Prima di entrare nella torre, non essendo ancora battezzata e volendo ricevere il sacramento della rigenerazione, si recò in una piscina d’acqua vicino alla torre e vi si immerse tre volte dicendo: “Battezzasi Barbara nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Per ordine del padre, la torre avrebbe dovuto avere due finestre, ma Barbara ne volle tre in onore della Santissima Trinità. Il padre, pagano, venuto a conoscenza della professione cristiana della figlia, decise di ucciderla, ma ella, passando miracolosamente fra le pareti della torre, riuscì a fuggire. Nuovamente catturata, il padre la condusse davanti al magistrato, affinché fosse tormentata e uccisa crudelmente. Il prefetto Marciano cercò di convincere Barbara a recedere dal suo proposito; poi, visti inutili i tentativi, ordinò di tormentarla avvolgendole tutto il corpo in panni rozzi e ruvidi, tanto da farla sanguinare in ogni parte. Durante la notte, continua il racconto seguendo uno schema comune alle leggende agiografiche, Barbara ebbe una visione e fu completamente risanata. Il giorno seguente il prefetto la sottomise a nuove e più crudeli torture: sulle sue carni nuovamente dilaniate fece porre piastre di ferro rovente. Una certa Giuliana, presente al supplizio, avendo manifestato sentimenti cristiani, venne associata al martirio: le fiamme, accese ai loro fianchi per tormentarle, si spensero quasi subito. Barbara, portata nuda per la città, ritornò miracolosamente vestita e sana, nonostante l’ordine di flagellazione. Il prefetto la condannò al taglio della testa; fu il padre stesso che eseguì la sentenza. Subito dopo un fuoco discese dal cielo e bruciò completamente il crudele padre, di cui non rimasero nemmeno le ceneri.

Le reliquie: dall’Egitto a Torcello

L’imperatore Giustino, nel sec. VI, avrebbe trasferito le reliquie della martire dall’Egitto a Costantinopoli; qualche secolo più tardi i veneziani le trasferirono nella loro città e di qui furono recate nella chiesa di S. Giovanni Evangelista a Torcello (1009). Il culto della martire fu assai diffuso in Italia, probabilmente importato durante il periodo dell’occupazione bizantina nel sec. VI, e si sviluppò poi durante le Crociate. Se ne trovano tracce in Toscana, in Umbria, nella Sabina. A Roma poi, secondo la testimonianza di Giovanni Diacono (Vita, IV,89), San Gregorio Magno, quando ancora era monaco, amava recarsi a pregare nell’ oratorio di S. Barbara. Il testo, però, ha valore solo per il IX sec.; comunque, è certo che in questo secolo erano stati costruiti oratori in onore di Barbara, dei quali fa testimonianza il Liber Pontificalis (ed. L. Duchesne, II, pp. 50, 116) nelle biografie di Stefano IV (816-17) e Leone IV (847-55). Barbara è particolarmente invocata contro la morte improvvisa (allusione a quella del padre, secondo la leggenda); in seguito la sua protezione fu estesa a tutte le persone che erano esposte nel loro lavoro al pericolo di morte istantanea, come gli artificieri, gli artiglieri, i carpentieri, i minatori; oggi è venerata anche come protettrice dei vigili del fuoco. Nelle navi da guerra il deposito delle munizioni è denominato “Santa Barbara”.

Santa Barbara e Fontana Liri

Il culto locale per Santa Barbara risale alla fine del 1800, quando nel nostro territorio venne installato lo stabilimento militare. All’ inizio la santa era considerata patrona del solo Polverificio e dei suoi dipendenti ma in seguito si iniziarono ad effettuare in paese, in occasione del 4 dicembre di ogni anno, veri e propri festeggiamenti con addobbi e luminarie. La chiesa, edificata nel 1925 ed aperta al culto nel 1926, aveva in origine una superficie utile di poco superiore ai 200 metri quadrati, era situata nelle adiacenze della Piazza principale dalla quale la separava una larga striscia di terreno lavorativo. Successivamente, nel 1933, fu trasformata con l’aggiunta di un campanile, fu ampliata e venne a trovarsi ai bordi della piazza stessa, dove è situata oggi. L’edificio accoglie, oltre alla bella statua di Santa Barbara, quella di San Rocco, di Sant’Antonio di Padova, del Sacro Cuore di Gesù, di Santa Rita e dell’Addolorata. Negli anni 1985 e 1986 la Chiesa dedicata a Santa Barbara, patrona del paese, fu completamente ristrutturata, ampliata, trasformata e consolidata. Furono smantellati il campanile, il tetto, furono tolte le colonne centrali e modificate le strutture portanti. Rispetto alla precedente la chiesa odierna appare più ampia e luminosa e testimonia la fede e la volontà della nostra popolazione. La festa di santa Barbara, per motivi di opportunità, si celebra la prima domenica di giugno, anche se le celebrazioni religiose, con fuochi artificiali e addobbi vari, si svolgono anche il 4 di dicembre.

Arcipretura e sede di Parrocchia la Chiesa dedicata a Santo Stefano è in stile barocco. Le prime notizie di questa chiesa risalgono al 1300 ma successivamente non si hanno più notizie antecedenti al 1620 e si ignora da chi e quando fu edificata ma è considerata la più antica Collegiata della Diocesi di Sora. Si accede alla Chiesa attraverso un’unica porta che si apre su Piazza Santo Stefano, per mezzo di un’ampia scalinata che, rifatta da qualche anno in travertino, il resto è in pietra calcarea, costituisce uni evidente stonatura nell’insieme della piazza, delle gradinate e delle vie, tutte autenticamente medioevali. La chiesa, con coro ed abside, è a tre navate. Dietro l’altare maggiore, realizzato secondo le nuove norme liturgiche tra il 1957 ed il 1958, insieme con il presbiterio e la balaustra, spicca una tela dai colori vivaci di Santo Stefano protomartire. In fondo alla chiesa e al di sopra di un finestrone a vetri vi è la cantoria con la balaustra dotata di organo, raggiungibile con scala a chiocciola. Nel sotterraneo, ampio quanto alla chiesa, fino al 1806, veniva data sepoltura ai morti. In fondo alla navata di sinistra c’è l’altare del Sacro Cuore e, simmetrico, nella navata di destra, l’altare della Carità, restaurato nel 1907 da Gennaro Giannetti, sul quale una tela raffigura San Francesco di Paola, sotto, in un’urna di vetro, sono sistemati i resti di un non meglio identificato San Benedetto martire che, per la veste che indossava, dovette essere un soldato. Pare che questi resti provengano da una catacomba di Roma. San Benedetto è stato, fino ai primi del secolo, compatrono del paese e, in suo onore, si svolgevano festeggiamenti solenni, preannunciati dal rullo di tamburi. Nel mese di luglio di ogni anno la chiesa ospita, per quindici giorni, la statua della Madonna di Loreto che viene qui portata in processione solenne dal suo santuario nella Valle di Curzio, non distante dalla linea ferroviaria Roccasecca – Avezzano. L’effigie della Madonna viene innalzata sull’altare maggiore lentissimamente e, in apparenza, autonomamente attraverso un complesso congegno, la macchina o “scala della Madonna” realizzato nel 1984 in sostituzione di quello precedente composto da appositi argani ancora più lenti e complicati.

La statua di San Paolo, situata nell'omonima chiesa a Fontana Liri, è stata realizzata nei primi anni del 1900 da un artista arpinate, Vincenzo Morricone, "modellatore provetto" di statue, come risulta da un articolo del giornale "Campania" del 28 dicembre 1906 nella rubrica "Corrispondenza Regionale". L'artista operava a Roma in un'impresa denominata Casa "Rosa, Zannazio e C. ", i cui soci provenivano da Sostegno, un comune di settecento abitanti in provincia di Biella.

La specialità di questa casa era la statua di cartone romano o cartone di pietra. Questo è formato da una tela imbevuta di una miscela i cui principali elementi sono il gesso ed il ferro. Contrariamente alla cartapesta resiste all'umidità, che non lo danneggia. Il cartone di pietra è solido e leggero e si presta all'ornamento pittorico. La decorazione ad olio e le dorature di oro fino possono essere lavate con una spugna imbevuta d'acqua. La civiltà cattolica Edizione 1899, Volume 6, "Cose romane" pag. 101, 102.

Tratto da: “ Le Avventure di Telemaco, figliolo di Ulisse” di François de Salignac de la Mote Signor di Fenelon (1651 -1715) Traduzione Serafino Bonaiuti – Londra 1805
In questa opera, pubblicata alla fine del 1700 e, in altre edizioni, nei primi anni del 1800, l’autore riferisce di una fonte, presso il fiume Liri, in cui l’acqua, “amariccia”, non permette la crescita di erba sulle sue sponde e narra il mito della ninfa Foloe, trasformata in fonte. Chiaro il riferimento al laghetto Solfatara, in cui l’acqua solfurea, di sapore particolare, non permette la crescita di erba e la presenza di pesci. Evidentemente lo scrittore francese è passato da queste parti o, comunque, ha avuto in qualche modo notizia di questa fonte. (A quest’opera fa riferimento il Preside prof. Luigi Lucchetti nel suo volumetto: “Il mio paesello” – Venezia – Tipografia Longhi e Montanari – 1891). L’ opera, da cui sono stati tratti i brani di seguito indicati, è riportata integralmente sulla rete internet nella edizione del 1805, in cui il mito di Foloe viene narrato alle pagine 155 e 156, ed in quella del 1828 alle pagine 198 e 199.

Indi egli [Telemaco] corre a cercare Adrasto tra la folla, ma in passando precipitò nel Tartaro gran numero di combattenti. Cadde Ileo, che sul carro era tirato da due corridori pari in bellezza a quelli del Sole, e cresciuti nelle praterie irrigate dall’Aufido: Demoleonte, il quale in Sicilia aveva altre volte eguagliato Erice al cesto: Crantore amico di Ercole, e che gli diede ricetto, quando quel figlio di Giove, passando per l’Esperia, tolse la vita all’infame Cacco: Menecrate, pari a Polluce nella lotta: Ippocoonte Salapio imitatore di Castore nella destrezza e bella grazia nel maneggiare un destriero: Eurimede cacciatore famoso, e sempre bruttato del sangue degli orsi e dei cinghiali da lui uccisi sul nevoso dosso del freddo Appennino, e il quale, come dicevano, era stato così caro a Diana, ch’essa medesima aveva gli insegnato a tirar d’arco: Nicostrato vincitore di un gigante, che vomitava fiamme dalla gola, e abitava nelle sassose caverne del monte Gargante: Cleanto, che doveva sposare la giovinetta Foloe, figliola del fiume Liri. Averla promessa il padre a quegli, il quale la avrebbe salvata da un serpente alato, cresciuto sulle rive del fiume,e che la doveva in pochi giorni divorare, giusta la predizione di un oracolo. Quel giovine, per eccesso di amore, espose la vita per uccidere il mostro, e riuscì felicemente: ma non poté gustare il frutto della sua vittoria, imperocché mentre Foloe, apparecchiandosi al dolce imeneo, attendeva con impazienza Cleanto, seppe aver lui seguito Adrasto in guerra e che la Parca invidiosa aveva crudelmente troncato il filo de’ giorni suoi. Fece la desolata fanciulla echeggiar de suoi gemiti le foreste e le montagne vicine alle rive del paterno fiume, inondò le gote e il petto di lacrime, lacerassi i capelli biondi; e dimentica delle ghirlande di fiori che soleva intessere, accusò il ciel come ingiusto. Poiché ella non cessava mai di piangere notte e giorno, gli Dei mossi a pietà del suo cordoglio, e sollecitati dalle preghiere del fiume, pose fine a’ suoi mali. A forza di versar lacrime fu subitamente cangiata in fonte, che sgorgando nel fiume va ad unir le sue acque a quelle del padre: ma l’acqua di quel fonte è anche oggidì amariccia; l’erba delle rive non dà mai fiori, e il tristo suo margine è solo ombrato da lugubri cipressi.

ZOLLE DI TERRA
Mia terra rinverdi
la mia palude.
Ogni minuto
un frammento di calce,
il sole abbronza
la caligine
che divora la mia infanzia,
infanzia sull’acre terra.
Trasumana allora
la malinconia del tempo
quando più caldo in cuore
il battito soave
straripa dentro.
Infine angoscia
giorni neri
giorni dispari
giorni di nera falce
che vertebra famiglie
e accomuna
nello sbaraglio
del lungo solco
le iridate croci.

PAESE DI MEMORIE
Terra mia lontana
ombra fugace
tristezza d’un Fato
sopravvissuto.
Nel tuo ventre – alveare
inciso da stimmate
ancora c’è tanto sole!
Oggi l’aria mi porta
segni sull’onda
come chitarra
che rinnova goccia a goccia
l’aspro suono.

MEMORIE
Riguardo queste memorie
questi segni lapidati
che sonnecchiano, oggi,
sull’ardire dell’ora potente
quando ingigantiti tutti
dall’urlo della rivolta
osammo ritornare
alla Gloria dei Padri.
Queste vertebre fossili
in orrida sequenza
cedono a un’organica vita
a fulgente matrice
per uomini nuovi.

RITORNO
Infiorai il capo
bendai le membra
aprii un varco
verso il cielo
toccai l’azzurro
lacerando l’arcobaleno
e raggiunsi
l’incomparabile
volta celeste
riorganizzai il bivacco
sulla dura terra
dei padri
inchiodai le stimmate
nel rifugio dei peccatori
fuggirono
riattraversai il deserto
l’occhio fisso
all’Orsa
immemore di memorie e di sepolcri.

PAESE DI CARNE
Il mio paese
dove la materia
provoca
e sfalda
come un maglio
potente
le ultime
ragionate sequenze.

IL TEMPO PERDUTO
Il silenzio raggela
il tempo
tornano memorie – sogni
dal fondo dei ricordi
il tempo
perduto s’apparenta
alla follia
rimorso di civiltà sepolte
nel letargo della storia
terra promessa
nera di vergine argilla
ho perduto
il tempo felice dei ritorni.

IL LIRI
Argine muschio arenile
incisione nel tempo
infanzia splendente
di colori in nera terra
ciociara, impronte
stagnano sul Liri.
Riemerge dall’esplosione
un sogno che in pietra
la terra ricompone.

“Terra antica la mia, che stringe in grembo una storia millenaria ed una recente, avventurosa epopea. Terra nera, borbonica, fatta di brigantaggio crudele e cortese, di miti leggendari, che trasudano sangue di popolo, in bilico tra realtà e fantasia. Rosario corrusco di vendette che creano il senso infinito della tragedia. Tempo di equilibri provvisori, dove soltanto la ferocia stabiliva continuità di potere. Questi sono i confini-limiti del mio paese, che come un cuore caldo inebria i suoi eroi veri e di cartone. Questi sono i miei ricordi, tralicci dell’età più beata. Nel breve cerchio delle mie vallate fantasmi antichi e moderni si contendono il tempo. L’uomo porta i sintomi delle luci e delle ombre della sua vera essenza, di quel lembo di terra dove il pensare e l’agire rendono alacri gli uomini battuti dal sole, risucchiati dal tufo, nero come le olive smerigliate; dove la cadenza frettolosa dello scalpiccìo del gregge ha il suono della prateria. Questo è il mio paese, dove more e biancospino inebriano l’aria liquida di ogni contrada, dove un tempo gli uomini, coperti di solido velluto, galoppavano tra l’erba fiorita e la palude coi bùtteri festosi: calzari di cuoio morbido, zampogne gonfie, latrare di cani, pastori scuri, coperti di pelli, irsuti come cinghiali nella bella vallata del Liri. Allora le mandrie risalivano l’altopiano di tufo sbrecciato dalla bassa Ciociaria. Ogni tutto mi riappare come un rigurgito di marea impetuosa, le praterie lussureggianti mi riportano l’angoscia del fiume spento, la voce delle fonti perenni dove l’acqua si irradia in pantano, il muschio vespertino, lastricato dall’orma del cinghiale. Bello sarebbe ritessere il tempo, riabbracciare quella luce tersa, lavorare dall’alba la tramonto per riguadagnare il tempo perduto. Sarebbe un ritorno all’abbeverata. Ho passato una vita in terra ospitale, che mi ha regalato gioie e dolori, dolori incise come stimmate. Riscoprire oggi queste immagine è come tentare di sognare l’impossibile; ma c’è pure il tempo della fanciullezza, che appartiene a tutti, dove il primo solco della vita riceve natali di speranza. Oggi è tardi, l’approdo è disumano, ingrigito dalle esperienze. Ma voglio ritornare là dove i miei mi videro bambino, voglio lavorare tra le forre, il sole e gli abbaini del mio paese; voglio ritrovare la perduta dimensione, la sapienza antica, il nitore dei miei pensieri, colmare un argine; ritrovarmi per raggiungere la matrice ancora intatta della mia piccola storia. Riscoprire oggi il Liri, il monte, il lago, il tufo, che dallo squarciato ventre riaffiora con segni antichi di memorie nuove. Allora la vallata era un mare placido, che non trovava attrito nello scoglio. E tutto quello che nasceva era ricolmo d’istinto come una pianta, un essere che si inseriva respirando naturalmente nell’atmosfera. Poi, il primo urto, la realtà che tutto sovrasta. Allora nasce l’uomo consapevole. Ma questa è storia di tutti, e io mi allontano dal tepore del ricordo per naufragare verso la corsa spietata della vita. Qui il vulcano, il fiume, la cava d’argilla sono gli elementi che meglio mi riportano ai miei giovani anni, come la montagna che sovrasta il paese. E’ scultura viva. Il vulcano, che la tormenta e la ferisce, mi aiuta a sgretolarla meglio per ritrovare nel più profondo dei sedimenti i segni di una civiltà scomparsa. L’acqua sgorga amara, oggi. Le forre verdi si accavallano. Ancora il fiume, come un primo attore, è sempre alla ribalta, la cava di argilla si lascia sventrare a poco a poco per il rosso mattone, il paesaggio brigantesco e turgido cede alla desolazione di una casa anonimamente moderna, che male attecchisce. Il vulcano non promette fuoco, il fiume è sonnolento, ma io voglio pensare ancora a quel fuoco, ancora all’impetuoso Liri, all’argilla matrice di statuine innocenti, come mostri fuori tempo. Il sole è a picco, sulla salita. Dopo tanti anni ritento la scoperta del mio diroccato paese. Rocce grigie, alberi contorti, pietre annerite, devastate dal tempo, e umili. Muschio e silenzio. Paese fossilizzato in una struttura arcaica: fortezza, labirinto, sinuosità serpentine di vicoli acciottolati che imprigionano i passi strascicati nelle pianelle. Le case sono strette le une sulle altre, con finestrelle come occhi spenti e vasi di gerani fiammanti sui davanzali. Intorno olivi e cipressi e melograni. E silenzio. Un paese sospeso nel tempo: romitaggio di un’ora per incontri azzurri. Gente non se ne vede. I giovani sono precipitati in basso, dove la vita si dibatte. La realtà si gioca alla base. Al culmine, dove mi trovo, rimangono soltanto anime scarnite, che contano di volare più in alto alla prima schiarita. Intorno è il vivo silenzio della montagna, rotto da tenui suoni di campane, belati, richiami e mormorio del vento. Mi guardo dentro nei ricordi. Aspetto che riaffiorino. Qui la notte inizia al tramonto, con le prime frizzanti folate, che scendono dalle alture e la nebbia grigia che sale dal fondovalle. Riscopro le luci a raggiera della chiesetta spoglia. Sulle loro scie escono le donne, chiuse negli scialli, frettolosi verso le cucine tiepide. Mi sdraio sotto una pianta e aspetto la notte fonda – quella notte che ricordo a distanza di anni frenetici e che dilaniò il velario dei cieli stellati della mia infanzia. La tragedia s’accostò al paese con passi di velluto, stava sospesa sopra le case, sotto il cielo cupo. Non tirava vento, ma un’aria greve faceva alzare gli occhi delle donne dal cucito e inquietare gli animali nelle stalle. Una sera come tante altre, ma a suo modo unica, nel calendario. Verso mezzanotte, quando anche le case sembrava dormissero un sonno di pietra, un tonfo sotterraneo, una giostra di aria e di vento, un sussulto schiantarono gli echi della notte e crearono il caos. Panico e disordine. Filiformi serpentine si aprirono sui selciati, ramificazioni nevose segnarono le facciate delle case. Polvere e rotolii. Nessuna crollò. Morirono tutte in piedi, strette le une alle altre. Ma furono tutte incise dal tetto agli scalini su strada da questo bisturi di fuoco, che le macchiò per sempre. Come un sudario la paura avvolse l’attimo di silenzio sospeso, prima delle grida, dei rintocchi di campane, dello sbattere di porte, degli ululati. Richiami, passi in fuga. Un pianto corale. Il caos aveva stritolato il cuore del paese senza ucciderlo. Il paese aveva retto alla prova. La forza cieca della natura si era scontrata con la coesione delle antiche pietre. Con questa pelle martoriata il paese continuò a vivere, risucchiando dall’interno il calore e la vita perduti all’esterno. A fatica, perché gli rimasero fedeli soltanto i vecchi. Sembrava un groviglio di grotte, una spettacolare castellanìa preistorica, un avamposto del silenzio. Un presagio dell’apocalisse. Eppure la vita quotidiana continua, suo malgrado, sotto l’aereo che sorvola le montagne, sotto la pallida luna piena.

Il paese, rattrappito nella sua impotenza, mutilato, vive sempre. Qui, ancora, si nasce e si muore, ma i frutti sono scarsi, come da un albero bruciato dal fulmine. Il pane, il latte, il vino, la pecora, la capra, il mulo, la ricotta assorbono il lievito delle sue perenni fonti di vita. Il fuoco rimane non domato, ma l’amore resta il sicuro rifugio degli assetati della vita. Nel richiamo d’amore le tenebre scendono precoci sugli ampi letti, asciugando lacrime e passioni. Qui l’odore della terra è acre, caldo; qui l’eternità ha un senso umano. Interi secoli di esperienza si sono sfilacciati senza che una stella abbia abbagliato o profanato la sua immobilità. Qui l’uomo vive una sua dimensione naturale, fuori dal consumismo della società moderna. La mia mano preme sulle rocce, sulla terra, se ne riempie, la stringe. Ma davvero il terreno ancora scotta? Giù nella vallata saettano le luci dei fari, tremolano tra la foschia i lampioni dei paesi fermi sull’orlo dei fiumi, scesi verso la civiltà moderna. Laggiù la vita ha perduto questo ritmo umano, questo pacato svolgersi di stagioni e ha perso anche gran parte del suo significato più sacro: ha perso il valore del tempo”.